19 Giu La “memoria” fotografica del territorio e il ruolo della Fototeca di Fermo
Nel nostro territorio è presente da oltre un ventennio una realtà che dedica le sue numerose attività allo studio e alla diffusione della cultura fotografica, alla conservazione e alla digitalizzazione di fondi fotografici provenienti da varie parti d’Italia, primo tra tutti l’ingente archivio di Mario Dondero. Acquisito nel 2013 è considerato uno degli archivi più importanti della storia della fotografia italiana del ‘900.
Dal 2005 l’Associazione Altidona Belvedere, che gestisce la Fototeca provinciale di Fermo, ha avviato una lunga serie di mostre dedicate ai più grandi nomi della fotografia italiana: Uliano Lucas, Letizia Battaglia, Tano D’Amico, Romano Cagnoni, Francesco Cito, Mario Dondero, Ugo Mulas, Monika Bulaj, Fausto Giaccone, Danilo De Marco, Romano Folicaldi, Annalisa Vandelli, Ulrich Weichert, Ivo Saglietti.
Il nostro interesse è rivolto in particolare a tutte quelle iniziative sviluppate attraverso la raccolta e la valorizzazione delle esperienze fotografiche più significative legate al nostro territorio attraverso la riacquisizione, il restauro, la digitalizzazione e l’archiviazione di tanta documentazione fotografica del secolo scorso, soffermandoci sull’Archivio Vittorio Goventù, sulle foto raccolte per ricostruire una storia sociale della valle dell’Aso e sull’Archivio Mario Dondero.

Il lavoro scomparso: Vittorio Gioventù. Un fotografo sulle tracce di lavori che non ci sono più, a cura della Fototeca Provinciale di Fermo, Associazione Altidona Belvedere, 2015.
“Immergersi nell’Archivio di un fotografo scomparso da molti anni dà un duplice piacere; alla scoperta del valore del suo lavoro si affianca, attraverso un processo lento di piccoli dettagli, il fascino di conoscere l’uomo. Vittorio Gioventù era un curioso. Sempre presente agli avvenimenti della città, pronto a raccontare le lotte per il lavoro, per l’emancipazione sociale con la sua visione di un socialismo militante sempre schierato dalla parte dei più deboli. La sua è una fotografia che documenta la vita della gente nelle sue molteplici attività. Su di essa concentra la sua attenzione, a metà degli anni ’70, con passione e grande efficacia. Sono anni di grandi trasformazioni economiche e sociali: il lavoro cambia, la sua è una delle ultime testimonianze di un processo di produzione e trasformazione che con la fine del decennio acquisirà forme e metodi completamente diversi”. Così scrive nell’Introduzione al volume: Il lavoro scomparso, Pacifico D’Ercoli, Presidente dell’Associazione Altidona Belvedere – Centro di Documentazione e Cultura Fotografica APS.
Una mostra e un catalogo di 120 fotografie hanno rievocato l’attività fotografica di Vittorio Gioventù incentrata sulle tracce di lavori che non ci sono più: il lavoro artigiano e il lavoro nei campi. Le fotografie riprodotte ed esposte sono una selezione di un lungo percorso di ricerca riguardante, in particolar modo, il lavoro nel territorio fermano. Uliano Lucas nella prefazione al catalogo scrive che Vittorio Gioventù “documenta il lavoro, le strutture economiche di una società contadina, ma offre anche uno sguardo a tutto tondo sulla vita sociale di Fermo, sui passatempi della domenica, lo sport e le attività culturali” e conclude “questo archivio è al contempo una preziosa scoperta e un invito a ragionare sui molteplici percorsi di indagine che ci offre questa produzione fotografica ‘minore’ eppure dotata di un alto spessore antropologico e storico”.


Mario Dondero. Le foto ritrovate. Inediti dall’Archivio della vita, a cura di Pacifico D’Ercoli, Nunzio Giustozzi, Laura Strappa, Maggioli Cultura, 2022.
Non poteva mancare un omaggio a Mario Dondero che grazie all’acquisizione del suo Archivio, ha accresciuto il prestigio della Fototeca provinciale di Fermo, gestito dall’Associazione Altidona Belvedere. Il suo Archivio, considerato tra i più importanti della storia della fotografia italiana e internazionale, è composto da circa 200.000 diapositive a colori e circa 300.000 negativi in bianco e nero oltre ad in migliaio di stampe e un centinaio di quaderni con appunti e annotazioni. Un patrimonio culturale di inestimabile valore.
Vogliamo ricordare la mostra fotografica “Mario Dondero. Le foto ritrovate. Inediti dall’Archivio della vita”, allestita in occasione dell’inaugurazione del Terminal di Fermo a lui intitolato e curata dalla Fototeca Provinciale e dall’Associazione Culturale Altidona Belvedere. La mostra si articolava in varie sezioni tematiche (ad esempio: l’Africa, Cuba, l’Irlanda, gli artisti, il teatro, etc.) provenienti da lavori di anni, e le foto del catalogo mostrano alcuni dei suoi scatti che hanno segnato la sua carriera di fotografo, molti dei quali esposti per la prima volta al grande pubblico. Non a caso si legge nell’introduzione: “Lavorare sull’Archivio di Mario Dondero è confrontarsi con l’universo mondo”. Tra le sezioni compare anche quella dedicata ai personaggi fermani, ad apertura della quale Mario Dondero scrive: “Fermo, sorella bruna d’Urbino, come l’ha definita Paolo Volponi, è una città che seduce d’acchito il visitatore, e ha sedotto anche me. Di Fermo che mi ha adottato, mi seducono non soltanto lo straordinario centro storico, il paesaggio grandioso, le dolci colline, ma anche la bonomia degli abitanti, il calore umano che mi circonda […] uno stuolo di amici molto cari” e ancora “Se si guarda il ritratto di una persona solo sotto il profilo estetico, ci sono scrittori famosi, ad esempio, che forse non varrebbe la pena di fotografare per più motivi: perché i libri restano più misteriosi se non si conosce la faccia dell’autore perché alcuni di loro non hanno un volto così attraente, anche se con la fotografia si può trarre l’interesse da qualunque faccia. Il segreto, secondo me, è la luce. Qualsiasi volto, se illuminato nel modo opportuno, ha una propria fotogenia”.


Con la pubblicazione del catalogo della mostra fotografica “RITRATTO DI UNA TERRA – Da memoria privata a memoria collettiva“, ben si comprende il ruolo e la funzione di una fototeca: raccogliere, catalogare e conservare i fondi fotografici e con essi la memoria storica di un territorio.
“Nell’arco di quattro anni è stato creato un fondo con più di 10.000 fotografie d’epoca, riguardanti 19 comuni della Valle dell’Aso da cui sono state selezionate le immagini pubblicate nel presente volume. Dai fondi familiari, costituiti a volte da poche e logore fotografie, escono tasselli di storia che riportano alla memoria degli anziani i ricordi del passato e ai giovani la scoperta di una realtà sociale ed economica ormai irrimediabilmente scomparsa”.
Un patrimonio fotografico immenso che preserva la memoria e può rappresentare un ottimo punto di partenza per scrivere altre storie sulla Valle dell’Aso.
Tutto il patrimonio fotografico è suddiviso in capitoli ben distinti: il lavoro – il paesaggio agrario e urbano – la vita familiare e comunitaria – la vita nei campi – la vita politica, militare e religiosa.

Ritratto di una terra: da memoria privata a memoria collettiva, una storia fotografica della Valle dell’Aso, a cura della Fototeca Provinciale di Fermo, Associazione Altidona Belvedere, 2025.
Nella parte iniziale del catalogo troviamo il contributo dello storico del territorio, Luigi Rossi, che ricostruisce la storia di questo pezzo di Marca: si tratta di 24 paesi che si affacciano sulla Valle dell’Aso: “Ora li chiamano borghi ma una volta non era così: ben 11 di essi, pur con pochissimi abitanti, si fregiavano il titolo di “città” o “terra”, mentre gli altri erano castelli, per lo più sottoposti alla città di Fermo. Sono sorti tutti tra l’XI e il XIII secolo…” e conclude: “Questa rassegna fotografica… documenta aspetti e momenti della vita e del lavoro nella valle fino alla metà del secolo scorso, quando ancora si poteva parlare di ‘comunità di valle’. Poiché le vicende successive e il pesante esodo degli ultimi decenni ne hanno sostanzialmente modificato l’assetto economico, sociale e paesaggistico, essa si pone come documento storico di notevole importanza”.


Interessante il contributo della prof.ssa Olimpia Gobbi che si sofferma sul lavoro delle donne. Mette al centro la figura e la condizione della donna non solo nell’ambito familiare ma anche nella vita dei campi, nel lavoro e nell’attività politica, scrivendo: “Nella Valdaso e nelle Marche, dove l’economia è rimasta agricola fino agli anni Sessanta del Novecento, la maggioranza delle donne, oltre che in casa, hanno lavorato nei campi. Ma è importante sottolineare che le contadine, soprattutto all’interno della struttura mezzadrile, non hanno ricoperto un ruolo semplicemente ausiliario e subordinato a quello maschile”.



Vogliamo poi mostrare il catalogo riguardante la recente mostra: “Cinèma mon amour”, allestita nel 2026 al Terminal Mario Dondero a Fermo e realizzata dall’Associazione Altidona Belvedere. Un incontro tra arte cinematografica e arte fotografica: attraverso i circa 150 scatti, perlopiù in bianco e nero, si coglie lo stile di Dondero, reporter mai piegato agli obblighi formali dei fotografi di scena, il modo in cui raccontava la vita sul set e dei suoi protagonisti ne è l’esempio.

Cinèma mon amour. Mario Dondero, a cura della Fototeca Provinciale di Fermo, Associazione Altidona Belvedere, 2026.
Gli artisti vengono colti da Dondero nella loro umanità più autentica, intenti alla realizzazione di qualcosa di bello, di necessario “Vedere nascere un film è come seguire la vita di una comunità provvisoria. C’è l’impegno che anima queste persone, c’è la paura di fallire, c’è la passione” ha detto Dondero.
Nel catalogo sono contenute le fotografie della mostra con alcune immagini aggiunte a una già ricca selezione del vasto materiale sul cinema conservato nell’Archivio del fotografo, presso la Fototeca di Fermo.

La galleria di immagini è corredata da vari contributi: segnaliamo quello di Marco Tullio Giordana, che traccia un acuto profilo di Dondero, cittadino del mondo e fotografo dal tratto gentile, “pilotato dal desiderio di conoscere e dalla compassione verso i suoi soggetti”. Infatti aggiunge Marco Tullio Giordana: “I suoi soggetti non sono mai colti alla sprovvista o presi di spalle, e nemmeno hanno il tempo di mettersi in posa a fingere di essere qualcosa di diverso. Hanno l’aria sorpresa e divertita, come di fronte a qualcuno che si sia rivolto a loro con un sorriso, cosa che vale per le celebrità come per gli illustri sconosciuti, la gente umile che probabilmente prediligeva”.
Infine una testimonianza personale, quella dell’attrice Valentina Carnelutti, ospite a Fermo l’11 aprile, alla presentazione del catalogo, che nella didascalia apposta alla foto che la ritrae, afferma: “…in tanti anni di cinema avevo sempre barato con le foto, Mario Dondero mi ha smascherata. Invitandomi a smontare ogni espressione per esistere lì per lì. Io e metà della sua faccia. Il ciuffo dei capelli al vento dietro alla piccola Leica. “Raccontami la tua storia, non dire niente”. Mi rivedo senza trucchi, all’ombra di un’incannucciato sulla sabbia. Impaccio che diventa intimità. E i suoi racconti incredibili, viaggi, amori, parentele”.
Concludiamo con queste parole di Mario Dondero, che riassumono tutta la sua opera visiva, improntata da una profonda umanità: “A me le foto interessano come collante delle relazioni umane o come testimonianza delle situazioni“.
