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Pierre Loti: racconti e interpretazioni per immagini (parte seconda)

Pierre Loti: racconti e interpretazioni per immagini (parte seconda)

Loti utilizza le proprie esperienze in mare per rappresentare la vita dura e avventurosa dei marinai, nonché i paesaggi e le culture dei luoghi vissuti. Sono proprio questi i temi descritti nei romanzi della trilogia marina, o ciclo bretone: Mon frère Yves, Pêcheur d’Islande e Matelot, i cui protagonisti sono uomini che debbono affrontare le insidie e le difficoltà della vita in mare, unitamente alla nostalgia, all’isolamento ed alla ricerca della libertà.

       

In Mon frère Yves, pubblicato nel 1883, Loti descrive la sua amicizia con il marinaio bretone Yves Kermadec durante gli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento, sia a bordo della nave che sulla terraferma. È un poema del mare, delle partenze, degli scali, dei ritorni, di un’inquietudine senza età, dei vizi e delle virtù. L’immaginario Yves è, in realtà, l’amico inseparabile di Loti, Pierre Le Cor, un gabbiere che ha già navigato con lui e lo ha anche tirato fuori da brutte faccende. Un analfabeta che tuttavia è alto, biondo, bello e un grande bevitore; tutto quello che Loti vuole essere. I due spesso giocano d’azzardo, litigano, tramano scherzi infantili e vagano per la campagna dove Le Cor introduce Loti alla tradizione della cultura e dei costumi bretoni. Loti incontra spesso la madre di Le Cor giurandole di vegliare su suo figlio per sempre, anche se il “bere duro” spesso mette alla prova i legami della loro amicizia; si fa carico di essere vicino a Marie, la moglie di Le Cor e al figlioletto Pierre e di pagare la casetta bretone dove sistemarsi dignitosamente, lontano dal vizio del bere.

       

In Pêcheur d’Islande, pubblicato nel 1886, Loti ricostruisce in modo accurato il rito ancestrale della pesca che scandisce le stagioni nel piccolo villaggio bretone di Paimpol. L’inverno è fatto per sposarsi o per piangere chi il mare ha trattenuto, la primavera per la partenza verso l’Islanda e dopo l’estate si vive l’attesa del ritorno dei pescatori alle coste francesi con il carico di pesce o il mancato appuntamento con i propri cari, perché, come si ripete anno dopo anno, una dannata tempesta non permetterà loro il ritorno a casa. Durante la partenza si assiste al rito della benedizione che i pescatori, dal molo di Paimpol, ricevono per affrontare le acque più fredde del mare d’Islanda.
La loro sarà un’avventura insidiosa: la pesca del merluzzo che diventerà poi baccalà e stoccafisso. Prima di partire bisogna equipaggiarsi di utensili adatti alla pesca presso la coltelleria Jézéquel. Quest’attività è tutt’oggi aperta con Jean-Marc Jézéquel che, in omaggio agli antenati, ha recentemente realizzato una replica del coltello che usavano i pescatori dell’epoca. Ma i nostri protagonisti, la cui lotta non è per vivere ma per sopravvivere, hanno, malgrado tutto, un cuore che palpita di amicizia e di amore. C’è l’amore tra Gaud, giovane benestante bretone, figlia di un anziano pescatore divenuto ricco, e Yann, un marinaio, fiero e impenetrabile. I due amanti hanno il tempo di sposarsi poco prima della solita partenza di Yann per l’Islanda a bordo del nuovo battello: la Leopoldina. C’è l’amicizia tra Yann, il protagonista, e il marinaio Silvestro, che non sarà al suo matrimonio. Lui infatti morirà morto lontano, a 19 anni, dall’altra parte della terra, in Indocina, ucciso da un soldato di irregolari cinesi che contrastavano i francesi nella guerra del Tonchino.

A piedi, lungo la spiaggia, Gaud segue l’ombra del suo Yann, che si allontana a bordo della Leopoldina ma ben presto deve fermarsi perché la terra è finita e allora si siede ai piedi di una grande croce, piantata tra i giunchi e le pietre. Attenderà con ansia l’arrivo di settembre, quando mariti, fidanzati e amanti fanno ritorno ma dopo giorni e giorni di estenuante e dolorosa attesa la Leopoldina con il suo Yann non fa più ritorno. Sono stati marito e moglie per solo sei giorni.

       

       

Matelot è il meno conosciuto dei romanzi della trilogia marina di Pierre. Pubblicato nel 1893, racconta la storia di Jean Berny che, non avendo superato gli esami alla Scuola Navale, decide di arruolarsi come semplice marinaio, il matelot, nella marina mercantile. La sua è un’esistenza durissima: amori di breve durata, la rinuncia a diventare ufficiale e infine la malattia nelle paludi dell’Estremo Oriente dove l’eroe muore, vittima delle febbri contratte in un porto cinese. L’ultimo sfregio a quel corpo ormai consunto, allorché cucito nel sacco di tela d’ordinanza, sarà quello di essere gettato fuoribordo. Quando la marina francese rientra dopo un mese al porto di Brest, viene annunciata la sua morte. Loti utilizza anche in questo romanzo la sua esperienza di ufficiale di marina ma traspone nel carattere del protagonista la vita del suo amico e “fratello ideale” Léopold Thémèze, pur conferendo all’eroe della vicenda un diverso e tragico epilogo. Le immagini evidenziano la sequenza temporale della breve e tragica vita del giovane Jean Berny.